Oramai sta per diventare una tema fisso, quello dell’intelligenza artificiale. Vuoi perché ci sono dentro, come un po’ tutti noi, vuoi perché le questioni (tante) sono in divenire. E qua siamo tutti spettatori a guardare dove la traiettoria di questo bolide va a parare. Qualcosa si intuisce, ma poi l’evento imprevisto è molto meno scontato di quello che si creda, e tocca stare sempre sull’attenti. Insomma capire le cose in anticipo.
Qui in Italia possiamo avere una piccola fortuna. Di solito era una mezza iattura, perché si guardava a cose che succedevano negli Stati Uniti oggi, per poi aspettare di vederle arrivare, di solito un anno o due dopo, qui da noi.
Come forse state intuendo, questo giro quel “buffer” temporale ci dovrebbe permettere di capire in anticipo cosa succederà e come stanno risolvendo dall’altra parte dell’Atlantico. Un vantaggio non proprio da poco, quanto meno per chi ne sa cogliere i concetti. Gli altri si troveranno il tram in faccia come succede a più di qualcuno in America ora.
Guardavo questo video, non è l’unico, ma questo è davvero ben argomentato. Qualcuno comincia a perdere clienti, o a perdere il lavoro. Insomma succede che la gente si accorge che l’intelligenza artificiale “fa cose” semplicemente chiedendole. E qui cominciano le parti rognose, ma paradossalmente non per i programmatori, ma per gli “avventori della domenica“.

Cito ad esempio il nostrano content creator (mi pare di Twitch) da un milione di follower, che si inventa un social network. Creato come dice lui con 40 euro (probabilmente quelli per acquistare il dominio e hosting condiviso), solo “chiedendo” alla intelligenza artificiale.
Risultato, dopo la pubblicazione tipo meno di un’ora dopo l’avevano hackerato, buttandolo fuori dal suo stesso programma. A quanto pare esfiltrazione di dati utente, cosa che solo questa finisci sul penale, al netto di multe non proprio piccole da parte delle autorità.
Come dice il detto “due facce della stesa medaglia“. Allo stesso tempo come raccontato da Mark Szymanski, nel video linkato prima, poi il suo cliente è dovuto tornare da lui perché si l’intelligenza artificiale fa cose, ma per noi che siamo dall’altra parte il problema più grosso è proprio capire che cavolo vuole il cliente. Figurarsi per un asettico software.
Mi ricordo oltre venti anni fa, un progetto, allora un CD-ROM pubblicitario. Il cliente che lo commissionava, in apparenza tutto sembra lineare. Il problema era che il CD per lui era un mezzo (nella sua testa) per ottenere dei risultati che esulavano dal numero di vendite. Del CD stesso non gli fregava assolutamente nulla. Chiaramente di tutto questo a noi non aveva detto nulla, anzi come anticipato sembrava una cosa lineare. Ed invece letteralmente ad un centimetro dalla fine ci chiama in una riunione. Un panegirico di parole, tra l’altro con disegni su un foglio alquanto sconclusionati che avrebbero dovuto essere una sorta di workflow; sembrava una pessima imitazione di un quadro di Picasso.
Aveva completamente sbagliato target, gli scopi che aveva in testa non li poteva ottenere con quel CD-ROM, ma era di fatto un modo affermare una cosa senza dirla con le parole. Oltretutto nemmeno messa in evidenza ma quasi come effetto secondario, tanto che alla presentazione ufficiale qualcuno se ne era accorto. Risultato? Soldi buttati fuori dalla finestra per nulla, visto che il risultato cambiato per giunta in corsa, non aveva centrato nessun obbiettivo. Se mi avesse detto subito le cose come stavano gli avrei detto onestamente un “lasci perdere”.
L’esempio, per tornare in-topic, ci fa capire che chiedere alla AI cose, è semplice in apparenza. In realtà tocca puntualizzare molto, perché come umani abbiamo la tendenza a sottointendere moltissimi concetti anche parecchio complessi.
Scrivere un prompt, che poi non è nemmeno solo quello perché bisogna contestualizzare l’agente e le skills, oltre al piano di implementazione, porta via uno sproposito di tempo ed analisi. Un programmatore anche qui ha dei vantaggi perché esperienza e visione globale aumentano in modo esponenziale l’efficacia.
Al momento vedo che il flusso è più o meno questo. Il potenziale cliente crede di aver trovato l’uovo di Colombo, in realtà sta prototipando, ma crede che per questo tramite potrà andare in produzione. Poi cominciano gli impicci, prima pochi, poi sempre più consistenti. Alla fine si blocca e tocca chiedere aiuto. Diciamo che un vantaggio c’è, la parte di prototipo, assieme alle specifiche verbali o scritte del cliente, danno una maggiore comprensione di quello che voleva.


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